12 gennaio 2026

Il governo della paura

di Maria Laura Lanzillo

 

Professoressa di Storia del pensiero politico all’Università di Bologna

 

 

 

ASERI NEWSLETTER ADOBE + Box landing page 992 x 560 - ASERInforma Box landing Calculli 992 x 560

La questione della paura – del modo in cui la percepiamo, di come viene utilizzata e delle risposte che essa suscita, che si tratti di risposte fondate sulla sicurezza, sull’immunità o sulla comunità, di natura politica, sociale, religiosa o economica – è tornata con forza al centro del dibattito pubblico e accademico negli ultimi decenni del Novecento ed è diventata sempre più decisiva nel nuovo millennio. Del resto, il linguaggio non è soltanto un mezzo per trasmettere informazioni: è una forma di azione. Parlare significa compiere un atto, e le parole che usiamo incidono sui comportamenti individuali e collettivi. È esattamente ciò che accade quando, tanto nello spazio pubblico quanto nelle conversazioni private, pronunciamo la parola «paura».

 

Così, a tre secoli e mezzo di distanza dalle riflessioni di Thomas Hobbes – riflessioni che segnarono l’inizio della politica moderna – ci ritroviamo, nel XXI secolo, nuovamente alle prese con il problema del governo della paura. Ma oggi qualcosa è cambiato. Stiamo assistendo a uno slittamento profondo nella natura stessa della questione: la paura, che nella modernità doveva essere neutralizzata e tenuta sotto controllo dall’ordine politico, è diventata essa stessa la ragion d’essere del governo. Non è più una paura esclusa dall’ordine, bensì una paura che lo attraversa e lo domina. I primi giorni di questo 2026 ce lo testimoniamo drammaticamente.

 

La fine del periodo «post-1989» ha contribuito in modo decisivo a questo mutamento. È tramontata l’illusione di un mondo pacificato, coltivata da chi aveva annunciato con entusiasmo la fine della storia, immaginando che la vittoria delle democrazie liberali, il successo del capitalismo e di un’economia di mercato ormai globale potessero garantire prosperità e persino felicità per tutti, una volta crollato l’impero sovietico. Al contrario, negli ultimi decenni abbiamo assistito all’introduzione di nuove leggi che limitano le libertà civili nelle democrazie occidentali in nome della sicurezza, all’aumento esponenziale delle disuguaglianze e dello sfruttamento e al ritorno spaventoso della guerra, dei massacri delle popolazioni.

 

Parallelamente, il dibattito politico si è radicalizzato, tanto sul piano teorico quanto su quello delle politiche concrete. Identità nazionale e multiculturalismo, secolarizzazione e fondamentalismo, scontro di civiltà e ibridazione culturale, libertà e sicurezza: queste contrapposizioni hanno contribuito a creare un clima diffuso di insicurezza. Un clima che destabilizza il presente, perché ciò che sorregge la nostra politica – il suo apparato rappresentativo – appare per quello che realmente è: un artificio, un sipario che, una volta lacerato, lascia intravedere un vuoto inquietante fatto di paura e di morte.

 

La sensazione è che un clima di paura stia invadendo tutti gli ambiti della nostra vita. E questa nuova «età della paura» rischia di essere persino più inquietante dello stato di natura da cui la modernità aveva cercato di fuggire. Si tratta infatti di una paura più impalpabile, più anonima, meno facilmente localizzabile. È la paura globale del terrorismo, il disorientamento prodotto dalla compressione dello spazio e del tempo, la paura delle epidemie virali o del cambiamento climatico, la paura del migrante o del diverso: fenomeni che non hanno un luogo preciso in cui manifestarsi e che, proprio per questo, risultano più difficili da controllare. Il risultato è una insicurezza diffusa, strisciante, profondamente angosciante.

 

A questa costellazione di paure si è aggiunto, negli ultimi anni, il ritorno in Europa di una paura che si credeva consegnata al passato: la paura della guerra. Il conflitto armato, tornato a manifestarsi nel continente europeo, ha infranto l’illusione di una pace irreversibile e ha riattivato memorie storiche profonde, mostrando come la guerra non sia un residuo arcaico della storia, ma una possibilità sempre presente dell’ordine politico. Anche questa paura contribuisce a ridefinire il rapporto tra sicurezza, sovranità e libertà, riportando la violenza organizzata al centro dell’orizzonte politico europeo. Il riemergere della paura della guerra in Europa mostra inoltre come la paura possa essere trasformata in risorsa di legittimazione politica. In diversi contesti, essa viene assunta dai governi non tanto come problema da neutralizzare, quanto come leva discorsiva per rafforzare il consenso e giustificare politiche securitarie e di militarizzazione dello spazio pubblico, confermando la tendenza contemporanea a un governo della paura più che a un governo contro la paura.

 

Se la paura diventa il principio ordinatore dell’azione politica, il rischio non è soltanto una progressiva erosione delle libertà, ma un indebolimento strutturale della democrazia stessa. Governare attraverso la paura significa infatti ammettere, implicitamente, l’incapacità di offrire orizzonti di senso, progetti condivisi e forme credibili di protezione che non si risolvano nella mera gestione dell’emergenza. Una democrazia che fonda la propria legittimità sulla produzione e sull’amministrazione dell’angoscia rinuncia alla propria funzione costituente e si riduce a un dispositivo difensivo, reattivo, privo di immaginazione politica.

 

In questo senso, il governo della paura rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio: se da un lato promette sicurezza, dall’altro espone le istituzioni democratiche a un logoramento interno, poiché nessun potere è in grado di mantenere indefinitamente le promesse assolute che la paura esige. Quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio della politica, ogni fallimento si traduce in nuova paura, e ogni paura in una domanda di controllo ancora più pervasiva, in un crescendo che finisce per schiacciare le stesse strutture che pretende di difendere.