In un contesto globale caratterizzato da crescente complessità e frammentazione, avvertiamo un bisogno viscerale di strumenti euristici che ci consentano di interpretare il mondo e di orientare — almeno in parte — i nostri processi decisionali strategici, sia pubblici sia privati.
La tentazione — come accade in tutte le importanti fasi di transizione geopolitica — consiste nel trasformare la complessità in schemi semplificatori, nel tentativo di “mettere ordine” in un mondo disordinato. Per governare l’incertezza globale, ricorriamo così a differenti forme di “mappatura” che consentano di fissare significati nello spazio e nel tempo.
Queste “mappe” globali possono assumere la forma di vere e proprie cartografie, ma anche di narrazioni interpretative che cercano di spiegare ciò che accade intorno a noi: ad esempio quelle che tentano di ricondurre la condizione contemporanea al linguaggio geopolitico novecentesco della cosiddetta “competizione tra grandi potenze” o delle “sfere di influenza”.
Tali “mappature” e narrazioni possono apparire utili per descrivere il comportamento di attori internazionali quali Russia, Cina o Stati Uniti; in realtà, però, rischiano spesso di occultare più di quanto rivelino circa le tendenze e le dinamiche globali, semplificando eccessivamente processi molto più complessi e territorialmente differenziati.
Come ricordano frequentemente i geografi, non si dovrebbe mai confondere la mappa con il territorio che essa presume di rappresentare. Le mappe dell’ordine globale che oggi molti commentatori geopolitici ci propongono costituiscono, in fondo, una cartografia rassicurante che ricicla le mappe del passato per cercare di comprendere un mondo profondamente — e radicalmente — mutato.
L’attrazione verso euristiche semplici, finalizzate a interpretare un mondo sempre più complesso e soggetto a trasformazioni esponenziali, non si limita tuttavia al ritorno degli immaginari della geopolitica imperiale. Essa si manifesta anche nella proliferazione di acronimi che, volta a volta, tentano di sintetizzare e stigmatizzare le trasformazioni in atto.
Per esempio, quando l’acronimo VUCA venne coniato dagli strateghi dello US Army War College nell’immediato periodo successivo alla Guerra Fredda, esso rappresentava un tentativo di interpretare il nuovo ordine mondiale emergente nei primi anni Novanta. Definire il mondo come Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous rifletteva infatti le preoccupazioni tipiche di quel contesto storico: un sistema internazionale non più vincolato all’ordine bipolare e, proprio per questo, percepito come molto più imprevedibile e potenzialmente pericoloso. Come abbiamo sostenuto in precedenti pubblicazioni, tale paradigma implicava anche precise direttrici strategiche per la politica globale statunitense degli anni duemila, inclusa la necessità di azioni preventive.
Quando nel 2020 il futurologo Jamais Cascio propose un nuovo acronimo — BANI — definendolo uno “strumento di interpretazione per un mondo che non ha senso”, offrì a sua volta un’euristica rassicurante per un’altra fase storica di rottura e transizione geopolitica. Descrivere il mondo contemporaneo come Brittle, Anxious, Non-Linear, Incomprehensible forniva infatti una cornice interpretativa utile a rappresentare trasformazioni che, oltre a mettere in discussione tutte le nostre certezze, avvengono anche con velocità e portata senza precedenti.
La teorica politica Maria Mälksoo parla di “insicurezza ontologica” per definire il nostro tempo, segnato dalla “paura di non sapere ancora cosa stia accadendo”. Tale insicurezza ontologica alimenta ciò che ella definisce una “geopolitica dell’ansia”. Per attenuarla, sostiene Mälksoo, siamo attratti da schemi interpretativi che tentano di ricondurre la realtà entro categorie in qualche misura riconoscibili. Le rappresentazioni di un mondo fondato sulle “sfere di influenza” o sulla “politica delle grandi potenze” utilizzate da molti commentatori, così come gli acronimi VUCA, BANI (o, più recentemente, TUNA: Turbulent, Uncertain, Novel, Ambiguous) sono prima transitate dall’ambito strategico-militare ai consigli di amministrazione delle grandi multinazionali per poi approdare alla società civile nel suo complesso, offrendo una rassicurante finzione che, nonostante le trasformazioni accelerate ed esponenziali del nostro contesto globale, sia ancora possibile comprenderne il senso.
A queste rappresentazioni occorre però aggiungere un’altra forma di mappatura del mondo sempre più pervasiva, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19: quella proposta dalle teorie del complotto. Come ha sostenuto l’antropologo Didier Fassin, tali teorie dovrebbero essere prese molto più seriamente, poiché “non appartengono soltanto al regno dell’illusione”, ma costituiscono anch’esse tentativi di attribuire significato alla realtà, identificando i “buoni” e i “cattivi”, nonché le presunte dinamiche che governerebbero il sistema internazionale. Ciò assume particolare rilevanza poiché gli immaginari cospirazionisti influenzano sempre più le scelte elettorali dei cittadini in un contesto politico caratterizzato da crescente polarizzazione.
Può apparire eccessivo accostare i tentativi di interpretazione globale elaborati da autorevoli commentatori geopolitici o futurologi come Cascio agli immaginari fantasiosi dei complottisti; tuttavia, entrambi operano un analogo processo di semplificazione eccessiva della realtà. Perché ciò a nostro avviso rappresenta un problema?
Ogni nostra “mappa” del mondo costituisce sempre, simultaneamente, una descrizione e una prescrizione per l’azione concreta. Una rappresentazione del mondo fondata sulle “sfere di influenza” predetermina un insieme specifico di scelte strategiche per ciascun attore geopolitico, definendone implicitamente anche i limiti. Analogamente, descrivere il mondo come “BANI” suggerisce che siano alcune dinamiche — e non altre — a risultare decisive. Tali mappature finiscono dunque per definire e delimitare i confini delle scelte politiche ed economiche considerate desiderabili o possibili.
Individuando presunti “megatrend”, “pattern”, “schemi” e “nature geopolitiche”, queste euristiche tendono a rimuovere la complessità e l’incertezza del mondo contemporaneo, suggerendo implicitamente “ciò che conta davvero”. Ma se da un lato esse offrono narrazioni rassicuranti, dall’altro rischiano di eliminare la dimensione disordinata e contraddittoria dell’attuale arena geopolitica e geoeconomica rischiando anche di eliminare quella stessa materialità caotica fatta di “segnali deboli” che costituisce il mondo reale.
Il rischio è quello di orientare decisioni potenzialmente errate — e dunquealtamente pericolose — in un contesto internazionale già di per sé estremamente fragile e volatile. Il pericolo derivante dall’eliminazione del “rumore del mondo” è ulteriormente amplificato dalla natura qualitativa e quantitativa delle trasformazioni senza precedenti cui stiamo assistendo, nelle quali dinamiche geopolitiche e geoeconomiche si muovono letteralmente alla velocità della luce.
Alleati che si trasformano improvvisamente in avversari; mercati finanziari che crescono o crollano secondo dinamiche apparentemente asincrone rispetto agli sviluppi geopolitici, innovazioni tecnologiche, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, che avanzano ad una velocità difficile da prevedere e governare persino per gli stessi innovatori.
In conclusione, oggi, più che mai, non possiamo permetterci di confondere i nostri modelli del mondo con il mondo stesso.