08 luglio 2026

Esiste un metodo nella follia? La logica strategica dietro il caos di Trump

di Luis L. Schenoni

 

Professore Associato presso l'University College London (UCL)

 

La politica estera di Donald Trump ha disorientato alleati e avversari allo stesso modo. La sua prolungata cordialità con Vladimir Putin — che a maggio ha portato a un fragile cessate il fuoco di tre giorni in Ucraina e a negoziati che, secondo la Casa Bianca, «si avvicinano ogni giorno di più» —, i suoi ripetuti riferimenti a un’annessione della Groenlandia, una politica tariffaria arrivata a basarsi su una formula quasi infantile e il più recente «errore strategico» di intervenire in Iran aspettandosi un immediato cambio di regime hanno alimentato per due anni l’immagine di una leadership erratica e pericolosa per il mondo. La domanda che molti si pongono è semplice: esiste davvero un piano?

 

Considerate nel loro insieme, tuttavia, queste azioni apparentemente incoerenti rivelano uno schema. I gesti verso Mosca, il revisionismo territoriale, l’applicazione caotica dei dazi e persino l’intervento in Iran potrebbero acquisire un senso strategico — seppur eterodosso — se si pone l’attenzione sugli aspetti militari e su un unico obiettivo: frenare l’ascesa della Cina. In questo schema, l’apparente irrazionalità del presidente non sarebbe un difetto, bensì uno strumento.

 

La Cina oggi possiede una capacità manifatturiera doppia rispetto a quella degli Stati Uniti e contesta il primato tecnologico in quasi tutti i settori. Guida il commercio mondiale ed è diventata una potenza economica comparabile a Washington. Per anni, gli strateghi statunitensi hanno scommesso sul fatto che la liberalizzazione economica avrebbe favorito un’apertura politica e che l’invecchiamento demografico avrebbe rallentato lo slancio cinese. La scommessa è fallita: né la pandemia né l’avvento dell’intelligenza artificiale hanno fermato il modello di Pechino.

 

Tuttavia, gli Stati Uniti conservano una chiara superiorità militare, anche se il divario si sta riducendo. La Cina produce già caccia stealth e portaerei, dispone della propria triade nucleare e avanza rapidamente nei domini spaziale e cibernetico. Di fronte a questa minaccia, la domanda non è mai stata se Washington avrebbe reagito, ma quando e come. E la risposta ricorda la ricetta impiegata per contenere l’Unione Sovietica mezzo secolo fa: accerchiamento geopolitico, deterrenza militare, isolamento economico e guerre per procura.

 

1. La manovra "Kissinger al contrario"

 

Il primo asse è l’accerchiamento geopolitico. A esso risponderebbe il riavvicinamento a Putin, una delle «follie» più commentate di Trump. Oggi alleate, Cina e Russia sono tuttavia rivali naturali a causa della loro vicinanza geografica. Durante la Guerra Fredda, Henry Kissinger individuò questa frattura e si avvicinò a Pechino per inserire un cuneo nel blocco socialista.

 

Trump sembrerebbe tentare la manovra opposta: corteggiare Mosca per allontanarla da Pechino. In questa logica si inseriscono le esenzioni tariffarie per i prodotti russi e l’urgenza di raggiungere una pace in Ucraina, da cui deriva l’insistenza presidenziale sui cessate il fuoco negoziati nel corso dell’anno.

 

2. Deterrenza territoriale

 

Il secondo asse punta a una forma di deterrenza indiretta. La Cina potrebbe presto raggiungere la parità militare con gli Stati Uniti in uno scenario specifico: una guerra per Taiwan. Il problema è come evitarla.

 

L’amministrazione Biden ha cercato di dissuadere Xi Jinping abbandonando l’«ambiguità strategica» e impegnando Washington con maggiore chiarezza nella difesa dell’isola. Ma la decisione ha ulteriormente irrigidito i rapporti con Pechino e incoraggiato i nazionalisti taiwanesi, convinti di poter trasformare il proprio Paese in un «porcospino d’acciaio» con il sostegno statunitense, aprendo la strada a un’escalation nucleare. L’ambiguità doveva tornare; restava da trovare un altro modo per dissuadere.

 

Trump sembrerebbe esplorare una strada diversa: la minaccia di una propria espansione territoriale. Suggerendo — anche in tono provocatorio — l’annessione della Groenlandia, del Canada o del Canale di Panama, invia un messaggio a Xi: se voi spostate i vostri confini, anche noi potremmo fare altrettanto. Non è un gesto vuoto: gli Stati Uniti occuparono la Groenlandia durante la Seconda guerra mondiale. In un mondo che torna alla bipolarità, dove i segnali tra grandi potenze contano, il simbolo ha importanza.

 

3. Una cortina di dazi

 

Il terzo asse è l’isolamento economico. Frenare la Cina e prevenire la sua militarizzazione nel lungo periodo richiede di separarla economicamente non solo dagli Stati Uniti, ma da una larga parte del mondo.

 

La politica tariffaria è stata definita erratica, impulsiva e persino autolesionista, e il percorso giudiziario sembra dare ragione ai critici. Il suo costo interno è elevato: stime indipendenti calcolano che i dazi del 2026 equivalgano a un aumento delle imposte di diverse centinaia di dollari per famiglia statunitense. E tuttavia essi hanno una logica strategica nei confronti della Cina, tanto per ciò che segnalano quanto per ciò che hanno già prodotto.

 

Quel prezzo pagato dai consumatori può essere interpretato come un «segnale costoso»: si accetta un danno economico per dimostrare quanto si sia disposti a pagare — persino una guerra, eventualmente — pur di raggiungere un obiettivo, che in questo caso è contenere Pechino.

 

Inoltre, i dazi hanno già prodotto due risultati desiderati: iniziare a separare i mercati delle due potenze e fare pressione non solo sulla Cina, ma anche sugli alleati costretti a scegliere da che parte stare. Così, parafrasando Winston Churchill, da Helsinki a Seul potrebbe calare una cortina tariffaria davanti alla Cina e il sistema economico globale frammentarsi in due sfere: una attorno a Washington, l’altra attorno a Pechino.

 

4. Le guerre per procura

 

Il quarto asse è l’intervento in scenari periferici come l’Iran. Probabilmente non desiderate (Trump avrebbe preferito una caduta del regime), queste guerre per procura (proxy wars) producono comunque dei vantaggi.

 

L’Iran è strategicamente più importante per Cina e Russia che per Washington, le cui riserve energetiche interne e quelle venezuelane lo rendono meno vulnerabile. Allo stesso tempo, offre agli Stati Uniti una giustificazione per mobilitare e modernizzare la propria capacità militare in un teatro lontano e per sperimentare un blocco navale nello Stretto di Hormuz che dovrebbe poi essere replicato nello Stretto di Malacca in caso di conflitto con la Cina.

 

Così, ciò che accade oggi in Iran potrebbe non essere molto diverso da quanto gli Stati Uniti fecero in Corea o in Vietnam: utilizzare uno scenario di confronto indiretto per inviare segnali alla superpotenza rivale sulla determinazione di Washington a difendere i propri interessi.

 

5. La logica dell’irrazionalità

 

Il quinto pilastro di questa «strategia» è l’apparenza di follia. Il battesimo di un «Golfo d’America», lo scontro televisivo con Volodymyr Zelenskyy o i cartelloni con cui furono annunciate le tariffe Paese per Paese non sarebbero semplici uscite estemporanee — sarebbe una spiegazione troppo semplicistica — ma elementi della strategia stessa.

 

Prendere decisioni imprevedibili impedisce all’avversario di elaborare una controstrategia, rende più credibili le minacce — persino verso i propri alleati — e aumenta, anche se minimamente, la probabilità di una mossa spericolata, sufficientemente plausibile da strappare concessioni al tavolo negoziale.

 

Ignoro se la «teoria del pazzo» che Richard Nixon utilizzò per riorganizzare il sistema internazionale negli anni Settanta compaia in The Art of the Deal. Ma lo studio di questi «giochi del pollo» (games of chicken) nell’ambito della deterrenza nucleare ha già fruttato diversi Premi Nobel. E, almeno per chi scrive, è preferibile pensare che vi sia davvero un metodo nella follia che sembra oggi regnare nella prima potenza mondiale.