Il paradigma che circonda lo sviluppo internazionale sta attraversando un profondo cambiamento strutturale. Per decenni, il modello dominante ha collocato gli attori statali e i donatori multilaterali al centro della definizione della cooperazione allo sviluppo, relegando il settore privato a un ruolo secondario — come appaltatore commerciale oppure come donatore attraverso iniziative di responsabilità sociale d’impresa (CSR).
Oggi, la portata delle sfide globali, in particolare nel continente africano, richiede un approccio radicalmente integrato. Raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) entro il 2030 richiede migliaia di miliardi di dollari ogni anno — una somma che nessun bilancio pubblico può, o intende, mobilitare da solo.
Questa realtà ha portato diverse organizzazioni ad adottare nuovi quadri strategici, tra cui l’Unione europea — un importante donatore e, al tempo stesso, un attore dello sviluppo — in particolare attraverso la strategia Global Gateway dell’Unione europea. Con l’obiettivo di mobilitare oltre 300 miliardi di euro di investimenti — metà dei quali destinati alle infrastrutture africane, alla transizione verde, all’energia e alla connettività digitale — Global Gateway posiziona esplicitamente gli investimenti del settore privato come motore fondamentale di partenariati sostenibili di natura geopolitica ed economica. Anche altre organizzazioni, così come i donatori bilaterali, stanno seguendo la stessa tendenza, adottando strategie e progettando strumenti finanziari capaci di catalizzare capitali privati per «completare» gli aiuti pubblici allo sviluppo, in diminuzione. Le Nazioni Unite hanno, in un certo senso, avviato questa tendenza coinvolgendo il settore privato al tavolo come attore chiave nella definizione degli SDGs; questo avviene ora anche per i piani nazionali di sviluppo, elaborati dai governi in stretto dialogo con gli attori privati, dai quali ci si aspetta un contributo significativo al finanziamento di tali piani. Tuttavia, in quanto studiosi e professionisti delle relazioni internazionali e dell’economia politica, dobbiamo esaminare criticamente non soltanto la quantità di capitale mobilitato, ma anche i quadri concettuali, normativi e regolamentari sottostanti che disciplinano il coinvolgimento del settore privato.
L’imperativo morale: ridefinire valore e significato
La teoria economica mainstream e le relazioni internazionali hanno a lungo operato sulla base dell’assunto implicito secondo cui la principale misura del valore di un’entità — sia essa un individuo, un’impresa o uno Stato sovrano — risieda nella sua capacità di accumulare ricchezza materiale ed esercitare potere. Il successo viene tradizionalmente calcolato attraverso indicatori di crescita, prodotto interno lordo (PIL), quota di mercato o ritorno sull’investimento (ROI). Eppure, questa incessante spinta all’accumulazione ha generato troppo spesso iper-competizione e frammentazione, conducendo a ingiustizie e conflitti. Integrare prospettive etiche e spirituali offre un necessario contrappeso a questa visione riduzionista del mondo, mettendo in discussione la premessa fondamentale dell’accumulazione materiale e affermando che il vero onore, la felicità e il progresso risiedono nell’illuminazione, nella giustizia e nella determinazione a promuovere il bene universale. La seguente citazione lo spiega bene:
«…l’onore e la distinzione dell’individuo consistono nel fatto che egli, tra le moltitudini del mondo, possa diventare una fonte di bene sociale. È forse concepibile una benedizione più grande di questa: che un individuo, guardando dentro di sé, possa scoprire di essere diventato causa di pace e benessere, di felicità e vantaggio per i propri simili?» (The Secret of Divine Civilization, Abdu’l-Bahà)
Quando estendiamo questa prospettiva alla finanza internazionale e allo sviluppo, il capitale cessa di essere il fine e diventa semplicemente uno strumento. Il progresso non viene più misurato attraverso i margini di profitto, ma attraverso la capacità dei nostri quadri finanziari di costruire relazioni basate sulla fiducia, sviluppare il capitale umano, servire la giustizia globale e contribuire al benessere collettivo dell’umanità — anziché attraverso la capacità di accumulare fortune.
Applicata ai partenariati per lo sviluppo, questa prospettiva richiede un cambiamento fondamentale nel modo in cui ciascun attore viene considerato:
L’individuo non è visto come un consumatore passivo o come manodopera a basso costo, ma come un protagonista attivo dotato del potenziale per contribuire al progresso della civiltà.
L’impresa viene valutata non in base ai margini di profitto, ma in base alla sua capacità di allinearsi alle esigenze locali e di contribuire alla coesione sociale e al benessere.
La nazione o il blocco regionale viene misurato in base alla sua capacità di consentire una prosperità reciproca, anziché sulla base del predominio commerciale o dell’espansione dei mercati.
Acceleratori legislativi: dalla CSR alle norme vincolanti
Cambiare paradigmi profondamente radicati non è mai semplice, soprattutto quando misurare valori etici «soft» è molto più complesso che monitorare indicatori finanziari standard. È necessario un impegno politico, sostenuto da quadri giuridici capaci di accelerare questo cambiamento. L’Unione europea sta attivamente codificando questo cambiamento di paradigma attraverso quadri giuridici vincolanti, rendendo obbligatorie alcune delle pratiche più rilevanti di responsabilità d’impresa, finora soltanto «raccomandate» (pur essendo state concordate da organizzazioni multilaterali come l’OCSE o l’OIL). Alcuni esempi principali sono:
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD): la CSDDD rappresenta un passaggio legislativo fondamentale dalla responsabilità sociale d’impresa (CSR) volontaria a una due diligence obbligatoria lungo le catene globali del valore. Richiedendo alle grandi imprese che operano nell’UE di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo le proprie attività a monte e a valle, la CSDDD interrompe sul piano giuridico comportamenti aziendali puramente estrattivi. In Africa, questo modifica le dinamiche con i fornitori, spostandole dalla minimizzazione dei costi verso la sicurezza delle persone nel lungo periodo, la tutela ambientale e standard lavorativi equi. Sebbene il percorso legislativo di questa norma non sia stato semplice e abbia infine prodotto un testo molto meno ambizioso rispetto alla proposta iniziale, essa rappresenta comunque un primo tentativo di tradurre i valori dell’UE in una legislazione rilevante per fare del settore privato un partner affidabile e affine per valori.
Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD): standardizzando le comunicazioni ESG, la CSRD obbliga le imprese a misurare il valore attraverso indicatori non finanziari, rendendo visibili l’impatto ambientale, la dignità dei lavoratori e il benessere delle comunità accanto ai bilanci finanziari.
EU Deforestation Regulation (EUDR) e Forced Labour Ban: queste normative introducono un requisito di accesso al mercato direttamente collegato a una condotta etica, utilizzando di fatto la leva commerciale per tutelare i beni comuni globali e la dignità umana.
Queste politiche dimostrano come la regolamentazione pubblica possa rimodellare gli incentivi delle imprese, spingendo gli attori del mercato verso un nuovo modo di concepirsi come strumenti del progresso sociale anziché come entità isolate finalizzate all’estrazione di ricchezza. Non più i «cattivi», ma partner fondamentali che apportano le conoscenze, le competenze, le strategie e le risorse finanziarie essenziali per colmare il divario dello sviluppo. E, se alcuni «cattivi» possono ancora essere presenti, le normative servono a non permettere loro di sopravvivere.
Questa crescente intersezione tra politiche pubbliche, etica d’impresa e sviluppo globale richiede il coinvolgimento tanto delle comunità accademiche quanto di quelle professionali:
Per gli studiosi di Relazioni internazionali ed economia politica: dobbiamo andare oltre i classici quadri realisti o del liberalismo di mercato. L’applicazione di prospettive costruttiviste e normative ci permette di comprendere meglio come i valori etici e spirituali, insieme ai mandati giuridici, plasmino il comportamento degli Stati e delle imprese nella governance globale.
Per i professionisti dello sviluppo e delle politiche pubbliche: la priorità operativa deve essere garantire che la conformità non diventi un onere amministrativo per i nostri partner, in Africa e oltre. Strumenti di finanza mista, piattaforme di dialogo pubblico-privato e assistenza tecnica devono essere impiegati per aiutare le imprese locali a soddisfare gli standard di sostenibilità, e non perché richiesto dagli europei, ma perché diventi chiaro che tali standard e pratiche commerciali ragionevoli apportano benefici ai loro Paesi più di chiunque altro. I professionisti devono garantire che il coinvolgimento del settore privato vada oltre la mitigazione del rischio e contribuisca attivamente allo sviluppo delle capacità locali e all’impatto sociale.
Sostituendo la dottrina dell’accumulazione della ricchezza con un impegno verso il benessere collettivo e il progresso della civiltà, studiosi e professionisti possono contribuire congiuntamente a plasmare partenariati per lo sviluppo capaci di mantenere la promessa degli SDGs e di promuovere un ordine internazionale più equo.