09 settembre 2025

Dall’egemonia liberale alla contestazione egemonica

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Non solo l’America si sta ritirando dall’ordine internazionale liberale, ma sta attivamente smantellando ciò che ne rimane: boicottando istituzioni autorevoli come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, violando i principi del libero scambio attraverso l’imposizione di pesanti dazi sui concorrenti e lanciandosi precipitosamente in avventure militari.

 

Certamente, tutto questo è dovuto a Trump. O forse no? Anche Hillary Clinton avrebbe ritirato gli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership, se avesse vinto le elezioni del 2016. Quando Biden ha sostituito Trump nel 2021, ha proseguito la guerra commerciale con la Cina e l’ha persino intensificata, ampliandone la dimensione tecnologica e negando alla Cina l’accesso a semiconduttori avanzati.

 

Se il prossimo Presidente degli Stati Uniti fosse qualcuno come Vance o Rubio, difficilmente potremmo aspettarci una rottura radicale con le politiche di Trump. Se invece fosse qualcuno come Newson o Harris, dovremmo aspettarci una versione di sinistra del populismo, piuttosto che un ritorno ai vecchi orientamenti bipartisan. Persino grandi democrazie europee come la Francia e il Regno Unito sono a una sola elezione di distanza dal diventare populiste.

 

Sta accadendo qualcosa a livello strutturale, uno spostamento tettonico. Il vecchio ordine sembra essere al tramonto, mentre quello nuovo fatica a nascere.

 

Quand’è stata l’ultima volta in cui lo Stato guida del sistema internazionale non era liberale? Se la vostra risposta è il 1933, ripensateci. La Germania divenne totalitaria, ma non era lo Stato guida. Lo era il Regno Unito, o forse gli Stati Uniti, ed entrambi rimasero democrazie liberali. Dobbiamo risalire più indietro nel tempo per trovare un precedente agli sviluppi recenti nel sistema degli Stati.

 

Come ha mostrato John Ikenberry, la leadership statunitense nell’ordine internazionale non era che l’ultima versione dell’egemonia liberale. In precedenza, tale egemonia era stata esercitata dagli inglesi e, se dobbiamo credere a Immanuel Wallerstein, dagli olandesi prima ancora di loro. Ciò che sta dunque giungendo al termine non è niente di meno che una successione di ordini egemonici liberali, dal mare liberum di matrice groziana alla pax Britannica dell’epoca vittoriana e alla pax Americana del dopoguerra.

 

Prima del mare liberum, non esisteva alcun egemone liberale. Gli Stati perseguivano la raison d’état sul piano politico e il mercantilismo su quello economico. Non possiamo entrare nei dettagli in un breve editoriale, ma comprendere tali dottrine pre-liberali offre una chiave straordinaria per comprendere le dottrine post-liberali emergenti. Ho scritto un intero articolo su questo tema ma, fino alla sua pubblicazione, mi permetto di rimandarvi alle lungimiranti riflessioni di Gilpin in The Political Economy of International Relations.

 

Non si può negare che l’egemonia liberale sia stata costellata di crisi e che l’epoca moderna sia stata sconvolta da una violenza maggiore rispetto a qualsiasi altro periodo della storia. Sebbene la Gran Bretagna abbia passato il testimone dell’egemonia liberale agli Stati Uniti in modo relativamente pacifico, ciò non avvenne prima che due guerre mondiali avessero scosso la fiducia britannica e posto fine all’isolazionismo americano.

 

Tutto questo fu caotico e violento, ma fu accompagnato dall’affermazione di valori progressisti che consacravano le libertà individuali ed economiche. Sul piano normativo e filosofico, tali valori sono oggi tanto giustificati e bisognosi di essere giustificati quanto lo sono sempre stati; sul piano politico, tuttavia, stiamo assistendo a una riaffermazione di dottrine pre-liberali, in particolare del mercantilismo e della raison d’état, sotto forme post-liberali.

 

Il mondo (dis)ordinato emergente è caratterizzato non dall’egemonia liberale, bensì dalla contestazione egemonica tra grandi potenze sempre più illiberali. Anziché promuovere il libero scambio, entrambe le superpotenze perseguono una forma di strumentalizzazione economica dello Stato (economic statecraft). Al posto di movimenti emancipatori provenienti dalla società civile nazionale e transnazionale, assistiamo all’affermazione di dottrine politiche autoritarie.

 

Naturalmente, nessuno può riportare indietro le lancette dell’orologio di alcuni secoli, fino a un’epoca precedente all’avvento dell’egemonia liberale. Le forze dei mercati capitalistici sono state liberate; le strutture tradizionali dell’autorità sono crollate; e gli Stati hanno ormai ben poco in comune con i Leviatani e i Behemoth “sovrani” del passato. L’interdipendenza rimane elevata e le nuove tecnologie sono dilaganti.

 

Pertanto, sebbene esistano parallelismi con il periodo precedente all’egemonia liberale, qualsiasi déjà-vu non costituisce una mera ripetizione. Ci troviamo invece di fronte a vino vecchio in bottiglie nuove, vale a dire manifestazioni riconoscibili del mercantilismo e della raison d’état perseguite attraverso nuove forme, come l’economic statecraft e l’“America First”; ma anche a vino nuovo in bottiglie vecchie, vale a dire politiche che pretendono di sostenere i mercati liberi e la democrazia, ma che hanno poco, se non nulla, a che vedere con i valori liberali.

 

Una prospettiva storica può aiutarci a elevarci al di sopra dei dettagli degli eventi contemporanei e a vedere davvero il cambiamento epocale che stiamo vivendo. Al tempo stesso, il nostro ricorso alla storia deve essere “per la vita”, piuttosto che antiquario, monumentale o corrosivo (prendendo in prestito la tipologia del giovane Nietzsche). Studiamo ciò che è accaduto per vedere ciò che potrebbe accadere, e ciò che è stato fatto per comprendere ciò che possiamo fare.