11 marzo 2026

Il nuovo Patto per il Mediterraneo tra ambizione e realismo

di Valeria Talbot

 

Head Osservatorio Medio oriente e Nord Africa dell’ISPI

Il nuovo Patto per il Mediterraneo, lanciato lo scorso ottobre dalla Commissione europea, nasce dalla presa d’atto dell’Unione europea (UE) di avere progressivamente perso terreno in uno spazio che per decenni ha considerato come il proprio “cortile di casa”. In un Mediterraneo attraversato da instabilità, frammentazione e da una competizione crescente tra attori esterni, Bruxelles ha compreso la necessità di recuperare centralità.

 

I cambiamenti innescati sul piano regionale dopo il 7 ottobre e la consapevolezza di non avere un ruolo attivo nella soluzione del conflitto a Gaza sono stati la molla del cambio di passo della seconda Commissione guidata da Ursula Von der Leyen, che ha voluto dare nuova enfasi al Mediterraneo nella politica estera dell’UE, e lo ha fatto con la creazione di una DG MENA, la nomina per la prima volta di un commissario per il Mediterraneo e la definizione di una nuova politica frutto di un anno di ampie consultazioni a livello di stati membri e attori della società civile.

 

Non è un caso che il lancio del Patto cada a trent’anni dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995, che diede vita al Partenariato euro-mediterraneo (PEM). Alla metà degli anni Novanta il contesto era segnato dall’ottimismo seguito agli Accordi di Oslo e dall’idea che fosse possibile costruire uno spazio comune di pace, stabilità e prosperità condivisa, fino alla creazione di un’area di libero scambio euro-mediterranea. Non solo quegli ambiziosi obiettivi non si sono mai realizzati, ma il Mediterraneo di oggi è più instabile e frammentato di allora. Non sorprende dunque che creare uno spazio comune mediterraneo stabile e prospero rimanga ancora oggi l’obiettivo europeo, obiettivo necessario ma difficile.

 

La distanza tra ambizione e risultati rimanda a un nodo strutturale: l’UE è un attore economico e non geopolitico. La mancanza di una vera politica estera e di sicurezza comune, insieme alle divisioni tra stati membri, ha limitato la capacità europea di incidere nei conflitti del proprio vicinato. È un limite percepito chiaramente dai partner mediterranei, che sul piano strategico continuano a guardare in primo luogo agli Stati Uniti. Sul piano economico, l’UE nel suo insieme mantiene un peso di primo piano in qualità di principale partner commerciale dei partner mediterranei, coprendo il 41% del loro commercio estero, mentre Cina e Stati Uniti contano in misura minore, rispettivamente per il 10% e l’8%. Nel 2024 l’interscambio commerciale con i dieci partner del Mediterraneo è stato di 245 miliardi di euro, che per l’UE rappresenta invece appena il 5% del volume complessivo. 

 

Se l’obiettivo del Patto rimane lo stesso delle politiche precedenti, la domanda è cosa cambia rispetto al passato. La prima differenza riguarda la logica di fondo. Il Partenariato euro-mediterraneo puntava a innescare processi di trasformazione interna attraverso incentivi economici legati a riforme effettive nei paesi partner, nella convinzione che l’apertura economica avrebbe gradualmente favorito aperture politiche e avviato, in ultima istanza processi di democratizzazione. Dopo le rivolte arabe del 2011, la logica della trasformazione è stata progressivamente sostituta da a una logica di stabilizzazione, basata sul contenimento delle crisi – dalla Siria alla Libia – per ridurne gli effetti di spill-over verso l’Europa.

 

Il secondo elemento di novità consiste nell’adozione di un approccio essenzialmente pragmatico, con meno enfasi sulla condizionalità politica. Il Patto si propone come un quadro flessibile di cooperazione su iniziative concrete (un centinaio quelle elencate nel documento), articolato attorno a tre pilastri – persone, economia, sicurezza e gestione delle migrazioni – e basato su una partecipazione dei paesi mediterranei “a geometria variabile”. L’obiettivo è evitare che i nodi politici irrisolti, come accadde nel quadro multilaterale del PEM in seguito al deterioramento del Processo di pace tra israeliani e palestinesi, paralizzino l’intera architettura della cooperazione.

 

Questo approccio realistico tiene conto tanto delle lezioni del passato quanto della maggiore assertività dei partner mediterranei, oggi più diversificati nelle loro relazioni esterne e meno inclini ad accettare agende percepite come unilaterali. Tuttavia, pur richiamando la co-ownership e la responsabilità condivisa, il Patto resta un’iniziativa definita a Bruxelles e inevitabilmente centrata sugli interessi europei: stabilizzare il vicinato per rafforzare la propria sicurezza e prosperità e recuperare influenza in uno spazio di accresciuta competizione.

 

Su questo sfondo resta innanzitutto da vedere quale sarà il livello di interesse e di partecipazione dei partner mediterranei nei confronti di una iniziativa europea che finora non sembra avere suscitato grande entusiasmo. Al lancio del Patto a Barcellona, infatti, solo quattro (Egitto, Giordania, Libano e Palestina) dei dieci parte erano rappresentati a livello di ministri degli Esteri. Per l’effettivo funzionamento delle iniziative previste dal Patto molto dipenderà anche dalle risorse finanziarie che saranno messe in campo e dagli ambiti di cooperazione a cui verrà data priorità, anche in termini di fondi. La predisposizione del Piano d’azione, che renderà operativo il Patto per il Mediterraneo, sarà dunque cruciale per comprendere se l’UE ha intrapreso la direzione giusta per rilanciare le relazioni con il suo vicinato meridionale.