11 maggio 2026

Le nuove grammatiche della settarizzazione nel Medio Oriente contemporaneo

di Paolo Maria Leo Cesare Maggiolini

 

Direttore del Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso ASERI e Professore associato di Storia e istituzioni dell'Asia

 

 

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Negli ultimi anni, la politicizzazione delle identità sub-nazionali in Medio Oriente è progressivamente scivolata ai margini del dibattito politico e analitico. Questo arretramento, divenuto particolarmente evidente dopo il 7 ottobre 2023, non segnala un indebolimento del fenomeno, ma una sua trasformazione. La settarizzazione non è venuta meno: si è riconfigurata. Da dinamica esplicita, associata a mobilitazioni violente e conflitti aperti, si è progressivamente inscritta in forme meno visibili ma più pervasive, radicate nelle pratiche di governo e nelle logiche della sicurezza.

 

Per comprenderne la portata, è necessario ricostruirne la traiettoria nella storia recente della regione. Limitandosi al nuovo millennio, la centralità della settarizzazione nel dibattito regionale si è consolidata dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Tra il 2006 e il 2008, la guerra civile irachena ha segnato un passaggio decisivo: la violenza su base etnico-confessionale non solo ha ridefinito gli equilibri interni, ma ha trasformato le identità comunitarie in una categoria analitica e politica centrale anche oltre i confini nazionali.

 

Le rivolte arabe del 2011 hanno temporaneamente incrinato questa traiettoria. In diversi contesti, mobilitazioni trasversali hanno messo in discussione sistemi autoritari, articolando rivendicazioni che attraversavano linee settarie, etniche e confessionali. Per un breve periodo, la politicizzazione della differenza è sembrata arretrare.

 

Quella fase è durata poco. Le dinamiche di contro-rivoluzione e la crescente competizione geopolitica hanno rapidamente riorganizzato il campo. A partire dal 2013, le linee di frattura identitaria sono riemerse come strumenti centrali di mobilitazione e governo del conflitto. Tra il 2013 e il 2019, la settarizzazione è tornata a essere la lente dominante per interpretare le trasformazioni regionali.

 

Dopo il 2019, il quadro è apparso mutare. Il progressivo esaurirsi delle fasi più acute dei conflitti e l’emergere di nuove priorità strategiche hanno alimentato una narrativa di de-escalation e normalizzazione. Ma si trattava di una stabilizzazione fragile. Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, emerso in Iran nel 2022, ha mostrato con chiarezza la persistenza della logica settaria e securitaria statale di fronte a qualsiasi forma di mobilitazione trasversale.

 

In questo contesto, la settarizzazione non si è ritirata: ha cambiato forma. Le sue logiche sono state progressivamente riassorbite entro nuovi linguaggi – sicurezza, governance, normalizzazione – ridefinendosi in stretta relazione con i processi di securitizzazione.

 

Il 7 ottobre 2023 ha segnato una nuova cesura. L’attacco terroristico di Hamas e la successiva risposta israeliana hanno aperto una fase in cui la strategia di Israele è passata da una postura reattiva a una proiezione più ampia e proattiva, volta a ridefinire i rapporti di forza regionali.

 

Questa svolta ha avuto il suo primo epicentro nella devastazione genocidiaria di Gaza. La guerra ha prodotto distruzione materiale e sociale, sfollamento di massa e collasso delle infrastrutture civili, trasformando il territorio in uno spazio di gestione e controllo differenziale della popolazione sopravvissuta. In Cisgiordania, parallelamente, l’espansione degli insediamenti e l’intensificazione delle pratiche di controllo hanno accelerato una dinamica di annessione de facto, strutturando spazio e mobilità lungo linee identitarie sempre più ineguali ed escludenti.

 

Il conflitto si è rapidamente esteso. Il confronto con Hezbollah ha investito direttamente il Libano, mentre l’indebolimento delle reti regionali sostenute da Teheran ha contribuito a ridefinire gli equilibri che avevano sostenuto il regime siriano. La caduta di Assad si è inscritta in questa più ampia riconfigurazione dei rapporti di forza.

 

Nel vuoto apertosi in Siria, Israele ha ampliato il proprio margine d’azione lungo il Golan e nello spazio meridionale, cercando nuove forme di legittimazione locale anche attraverso la cooptazione delle comunità druse. Allo stesso tempo, la Siria ha offerto un esempio particolarmente chiaro di una dinamica più ampia: la coesistenza tra retoriche inclusive e pratiche differenziali. Il nuovo assetto politico ha fatto leva sull’unità nazionale, ma gli sviluppi tra il 2025 e il 2026 – violenze contro comunità alawite, tensioni a Suwayda, frizioni con attori curdi – hanno mostrato che le linee identitarie non erano scomparse: si erano riorganizzate.

 

Nel 2026, l’attacco israelo-statunitense contro l’Iran ha aperto un’ulteriore fase di escalation, culminata nella crisi dello Stretto di Hormuz e nella piena regionalizzazione del conflitto. In questo scenario, il Libano è stato tra i contesti più colpiti. La ripresa del confronto tra Hezbollah e Israele, insieme agli attacchi contro Beirut e il sud del paese, agli sfollamenti e alle restrizioni al movimento dei civili, ha ulteriormente ridefinito la distribuzione della vulnerabilità tra le comunità, accentuando polarizzazioni legate alla sicurezza e alla tenuta dell’ordine interno.

 

Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria e Iran non sono casi separati: sono momenti di una stessa sequenza. Dopo il 7 ottobre, la settarizzazione non è tornata nelle forme del passato; si è inscritta nelle pratiche di guerra, occupazione e gestione delle popolazioni. Non si è ridotta, né è stata superata dagli eventi. È diventata meno visibile, ma più strutturante. Oggi opera meno come mobilitazione esplicita e più come modalità di governo. Non divide soltanto: organizza, seleziona, distribuisce.

 

È in questa trasformazione – tra opacità discorsiva e radicamento nelle pratiche – che la settarizzazione continua a plasmare il Medio Oriente contemporaneo.