La libertà dei mari e, con essa, il dominio marittimo rappresentano storicamente elementi cardine nel determinare gli equilibri della politica internazionale, influenzando la sicurezza e la prosperità degli Stati, anzitutto quelli costieri, che oggi costituiscono circa quattro quinti del totale. Nel corso del Novecento, l’importanza del principio di freedom of the seas e, più in generale, delle rotte marittime è stato particolarmente evidente durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, due conflitti “costituenti” dell’ordine internazionale. Ad esempio, tra il 1939 e il 1945, la Battaglia dell’Atlantico dimostrò plasticamente quanto il controllo dei mari fosse centrale per l’evoluzione dei rapporti di forza tra le potenze dell’Asse e gli Alleati e, in ultima analisi, per la vittoria di quest’ultimi. Come ha osservato nelle sue memorie Sir Bernard Law Montgomery, Primo Visconte Montgomery di Alamein, che certo non può essere indicato come navalista, «la Seconda guerra mondiale fu fondamentalmente una lotta per il controllo dei mari e degli oceani e delle linee marittime di comunicazione; finché tale lotta non fu vinta, non fu possibile realizzare i nostri piani per vincere la guerra».
Nel contesto attuale, il dibattito sulla tutela e la promozione della libertà dei mari si innesta sulle trasformazioni del sistema internazionale in rapporto all’ascesa o al ritorno delle potenze revisioniste, tra le quali la Cina è indubbiamente l’attore principale. Nell’ambito della sicurezza marittima (e non solo), tali potenze tendono a contestare gli equilibri consolidati che, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, avevano visto gli Stati Uniti affermarsi come potenza navale egemone ed indiscussa. Una parte della recente letteratura ha proposto una concezione in chiave “post-moderna” della libertà dei mari e della gestione degli spazi marittimi, sostenendo che la tutela di tale bene comune non sia più affidata alla responsabilità di una singola potenza, come avvenuto durante la cosiddetta – e analiticamente controversa – pax britannica e, in seguito, americana, ma a una forma di governance internazionale alla quale concorrono Stati, organizzazioni internazionali, soggetti privati e regimi normativi multilaterali, fra cui ovviamente spicca la United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS).
Tuttavia, l’esperienza storica – anche se volessimo prendere in considerazione i soli ultimi due secoli – mostra come la libertà dei mari, nella sua concreta attuazione, sia stata intrinsecamente legata alla presenza di un attore egemone in grado di assicurare il rispetto di tale principio, in coerenza con i propri interessi nazionali. A partire dall’Ottocento, questo ruolo è stato esercitato prima dalla Royal Navy e, successivamente, dalla US Navy, in entrambi i casi sulla base di una superiorità qualitativa impossibile da eguagliare per gli avversari e affiancata da un sistema industriale, commerciale e finanziario di pari livello. Quando oggi si fa riferimento a una libertà dei mari contestata in relazione a snodi strategici fondamentali quali il Mar Cinese meridionale, il Mar Rosso, il Golfo Persico e lo spazio artico – come mostra anche la rinnovata centralità della Groenlandia per la sicurezza statunitense – si allude a una situazione nella quale il dominio americano, pur sostenuto (benché non acriticamente) dagli alleati, risulta sempre meno incontrastato. Ne derivano quindi potenziali vulnerabilità che possono incidere sia sul mantenimento della libertà dei mari sia, ancor più importante, sulla stabilità complessiva del sistema internazionale. Sempre considerando, comunque, che gli equilibri di potenza sono, per loro natura, dinamici e richiedono adattamenti continui per preservare condizioni tali da garantire sicurezza e stabilità condivise.
In tale quadro va concepito il ruolo dell’Europa e, in particolare, dell’Unione europea, il cui commercio con l’estero dipende dal mare per oltre il 70%. La dimensione marittima risulta tuttavia marginalizzata a Bruxelles, nonostante l’abbondanza di documenti strategici di carattere declaratorio che sono stati prodotti nel corso degli ultimi anni. La stessa operazione Aspides dispiegata recentemente nel Mar Rosso per la protezione del traffico marittimo è andata incontro a una serie di difficoltà e contraddizioni tali per cui i suoi risultati sarebbero stati molto meno rilevanti senza il forte impegno parallelo e più “cinetico” di altri attori extra-UE come Stati Uniti e Gran Bretagna. Inoltre, nell’attuale processo di rafforzamento delle capacità militari ReArm Europe/Readiness 2030, l’attenzione europea tende a rivolgersi in misura assai prevalente alle componenti terrestre e aerea, mentre quella navale rimane in secondo piano. L’esperienza storica suggerisce invece che l’ambizione a svolgere un ruolo globale nel garantire la propria sicurezza – dato che questo è l’obiettivo ripetutamente dichiarato – non può fondarsi esclusivamente sulla difesa dei confini, ma richiede strumenti di proiezione coerenti con gli obiettivi perseguiti, supportati a loro volta dalla volontà politica e dalla capacità di dialogo. Non è un caso che la Marina sia tradizionalmente considerata come la più diplomatica tra tutte le Forze armate.
Tale prospettiva rinvia però a ovvie questioni di fondo, direttamente connesse alla difficoltà dell’Unione di esprimere una posizione unitaria nel contesto internazionale. In altre parole, l’evanescenza di una politica estera e di sicurezza propriamente europea, intesa non necessariamente in termini federali, ma certo a livello di coordinamento intergovernativo con scopi strutturalmente condivisi e di lungo periodo. Lo strumento militare, per sua natura, è difatti funzionale agli obiettivi politici: in assenza di una chiara definizione di tali fini o qualora essi risultino ambigui, l’utilizzo delle risorse rischia di tradursi in una cronica inefficienza nella loro allocazione. Il dibattito europeo così come quello italiano è d’altronde spesso caratterizzato da una persistente debolezza nella cultura strategica, che sicuramente non si improvvisa. L’insorgere del secondo “terremoto Trump”, che proprio in Europa ha avuto uno dei suoi principali epicentri, ha nuovamente messo in luce queste carenze.